La vite come un rigo musicale, che scandisce il tempo, il ritmo di una musica che caratterizza i nostri territori, li valorizza e li disegna, i suoi grappoli spargoli, come note singole, o i più abbondanti, come accordi complessi, melodie della terra, interpretati e arrangiati dalle sapienti mani dell’uomo

Sì, Musica, e con la emme maiuscola. Come dalla sua definizione, una scienza in grado di organizzare, armonizzare suoni, ritmi e silenzi nel tempo e nello spazio, l’antica arte delle Muse, relativa a qualcosa di straordinariamente perfetto. Ritmi e silenzi nel tempo e nello spazio…
La vite, una pianta, meglio una liana, che come la musica non nasce e non cresce da sola. Ha bisogno di uno strumento, di un sostegno a cui avvolgersi, liberamente interpretata dalla natura oppure da tralicci e filari, sapientemente creati dall’uomo.

Osservare, infatti, un territorio vitato è come osservare pagine e pagine di una partitura musicale, ogni rigo accompagnato dalla sua chiave di violino, la pianta di una rosa, emblema della salute della vite. Una partitura che ogni anno parzialmente si
riscrive, e, a seconda delle stagioni, dapprima in bianco, dopo la sua potatura, rinasce, con il suo pianto, con un vagito che diviene flebile canto e poi perfetta sinfonia al momento della vendemmia.

Musica già scritta sul pentagramma della vite, con i suoi grappoli a descriverne le note, accompagnata dalle sagge mani del vignaiolo al fine di trovare gli accordi migliori, quelli più adatti al territorio, al microclima e alle stagioni.
Solo pochi purtroppo, al solo osservare i suoi filari, possono immaginare e ascoltare la sua sinfonia, delineandone i tratti, come un’overture introduce la sua opera, la sua musica, l’armonia, che, dopo la sapiente e mai uguale arte del cantiniere, il cui compito sarà quello di armonizzare lo spartito secondo le caratteristiche dell’annata, la natura ci dona.

Sinfonia che, passando dal lento all’allegro, in uno schema che segue e descrive il territorio dove si sviluppa, solo apparentemente termina al momento della vendemmia. Le sue note, i suoi accordi apparentemente svaniscono ai nostri occhi, dopo essere stati delicatamente prelevati, colmi ormai di tutta l’armonia, per essere portati in cantina.
Una sala di incisione, intrisa del profumo delle sue note, in cui prosegue la sapienza umana nell’arrangiare, magari aggiungendo, dove serva, altre note e altri strumenti musicali, limitando, se possibile, le stonature, lasciando la libertà ad alcuni tratti di emergere ,come solisti, e ad altri di mantenersi nell’ombra, come un coro in sottofondo, armonia e

musica ormai liquida che sarà finalmente rinchiusa e custodita, forse dopo ulteriore riposo in botti, piccoli o grandi casse di risonanza, abili a preservarne ed arricchirne ulteriormente lo spartito di nuove note, nella sua ultima baudelairiana prigione di vetro e ceralacca.
La musica, come l’uomo, è libertà, ed anche il frutto della nostra vite, ormai vino, anela di essere nuovamente libero, non può e non deve essere imprigionato per sempre, se non per il tempo necessario a compiere il viaggio, che lo porti finalmente nel calice di noi fortunati e consapevoli degustatori.
Librando, già alla mescita, le prime sue note fondamentali, solo nelle nostre gole sarà capace di fondersi in noi e di suonare e vibrare con noi, non importa quale sia la nostra lingua, poiché come la musica, il vino è universale.
Estasiati e rapiti dal suo ritmo, che descrive i suoi luoghi e la sua storia, ne diventeremo, nell’ultima tappa del suo straordinario viaggio di condivisione e arricchimento, la tomba finale, in un’immersione unica e inebriante, nella quale custodiremo il ricordo delle sue vibrazioni, responsabilmente, non solo per la misura dell’ebbrezza che naturalmente ne deriva, ma soprattutto per mantenerne sempre viva e duratura la sua memoria, orgogliosi a tratti, di averne fatto parte.
Massimo
Vi lascio il testo di Baudelaire, in cui è il Vino in prima persona a raccontarsi e a cantare la sua poesia…
CHARLES BAUDELAIRE (Parigi, 1821 – 1867) 
L’ANIMA DEL VINO, da “I fiori del male”
Nelle bottiglie, a sera, l’anima del vino
Cantava: «O uomo, dalla mia prigione
Di vetro e ceralacca, sventurato che amo,
ti giunga una fraterna, luminosa canzone!
Lo so quanto sudore e quanta pena
E fiammeggiar di sole sull’ardente collina
Servano a darmi l’anima e la vita:
ma io non sarò ingrato, né maligno,
perché immensa è la gioia di cadere
nella gola di un uomo sfibrato dal lavoro,
e nel suo caldo petto so scavarmi una tomba
ben più dolce di un’algida cantina.
Non senti, nel mio seno palpitante,
squillare le domeniche, trillare la speranza?
I gomiti sul tavolo, la giubba sbottonata,
celebrerai contento la mia gloria;
a tua moglie estasiata ravviverò lo sguardo,
forza e colori ridarò a tuo figlio;
per quel fragile atleta della vita
sarò l’olio che assoda le braccia ai lottatori.
E in te mi spargerò, seme prezioso
gettato dall’Eterno, ambrosia vegetale,
perché dal nostro amore sprizzi la poesia
verso Dio, come un fiore inaudito!»
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